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Impariamo dai norvegesi l'arte di dibattere
(basta guardarli, non serve conoscere la lingua)
di Paolo Virtuani (Sette, 7 febbraio 2019)
Un giornalista italiano finisce per caso in mezzo a un dibattito sul cambiamento climatico, in una birreria norvegese. Dettaglio: non parla una parola della lingua del posto. Eppure porta a casa una lezione. Non di ecologia. Ma di civiltà

 METTI UNA SERA DI GENNAIO a Tromsø, in Norvegia, quando fuori ci sono -7° e dal fiordo arriva un venticello che fa volare la neve gelata dai tetti e l'unico che si sente a suo agio è la statua di Amundsen in piazza bardato da esploratore polare. Metti che ti trovi lì per la conferenza internazionale Arctic Frontiers e vai al Café Sånn, affollato di 120 persone in maggioranza giovani che, con in mano un bicchiere di birra, ascoltano un dibattito sui cambiamenti climatici e sulla strada che dovrebbe imboccare la Norvegia tra rispetto dell'ambiente e sostenibilità senza perdere di vista lo sviluppo e il benessere: cioè, a queste latitudini, i giacimenti di petrolio in mare. 

METTI CHE NON CAPISCI UNA PAROLA di quello che viene detto, non parlando il norvegese, ma ugualmente impari tantissimo. Impari come dovrebbe essere un dibattito in un Paese normale, dove chi è chiamato a esprimere la sua opinione non insulta e non parla sopra la voce dell'altro, dove per prendere la parola si fa un cenno verso il moderatore, che la concede quando è il proprio turno. Dove nessuno monopolizza la scena prevaricando gli altri. Dove il pubblico non applaude a ogni frase a prescindere, come in una sitcom da quattro soldi. Dove chi espone il proprio punto di vista lo fa con un ragionamento compiuto e non con slogan a effetto. Certo, obietterà qualcuno, i norvegesi sono freddi, non c'è passione politica. Macché. Al dibattito al Café Sånn di Tromsø del 21 gennaio hanno partecipato un deputato dell'opposizione laburista, uno del partito di centrodestra al governo: il giorno dopo a Oslo la premier Erna Solberg avrebbe presentatoal re il nuovo governo che ingloba il piccolo partito cristianodemocratico, creando in questo modo per la prima volta dopo oltre 30 anni in Norvegia un governo con una maggioranza assoluta conservatrice in Parlamento. Gli ultimi governi norvegesi guidati dal centrodestra sono stati tutti di minoranza e non cadevano perché portavano avanti una politica che teneva conto anche delle istanze degli altri.
E QUINDI, LA SERA del dibattito al Café Sånn, cioè alla vigilia di una rivoluzione politica di tale portata, non poteva forse esserci materia sufficiente per scaldare gli animi in un dibattito pubblico, in particolare su temi divisivi come ambiente, clima, sostenibilità, petrolio? La differenza di visione politica tra i due esponenti di maggioranza e opposizione si rifletteva anche nel pubblico, percepita pure da me che non capivo tutte le parole che dicevano; ma è stata sempre contenuta dentro le regole basilari non scritte di un confronto: non si urla, non si insulta, si lascia parlare e poi si risponde. Cose semplici che forse noi abbiamo dimenticato, ma che stanno alla base di una democrazia. E non che tra gli altri relatori non ci fossero posizioni diametralmente opposte: oltre ai due politici c'era una rappresentante del Wwf Norvegia, un dirigente della Equinor, società petrolifera di Stato, e uno studioso di cambiamenti climatici. Il moderatore era Tore Furevik, direttore del Centro Bjerknes per le ricerche climatiche. Un'ora di discussione: i relatori in piedi, gli ascoltatori seduti (quelli che avevano trovato posto ai tavolini), ogni tanto si alzava qualcuno per ordinare un'altra birra (ottima quella prodotta da una birreria artigianale locale).
DOPO, MICROFONO APERTO per le domande. A un certo punto si alza un biondino ventenne in giacca blu e capello phonato con cura, con ai lati due ragazze che lo marcavano stretto. È un attivista dei giovani laburisti che chiede all'uditorio chi è disposto a cambiare stile di vita in nome della salvaguardia dell'ambiente. Metà alzano la mano. Titoli di coda e aperte le consumazioni. Il cronista esce nella notte artica e ripassa sotto la statua di Amundsen. Per un attimo gli è sembrato che gli facesse l'occhiolino. Forse era solo il venticello che soffiava dal fiordo.

 (Questa cronaca sarebbe stata impossibile senza l'aiuto di Kristin Bakken, ricercatrice dell'Università di Bergen, la quale, avuta compassione di uno straniero che non capiva una parola, ogni tanto riassumeva in inglese i temi in discussione).

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