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MA DAD NON SIGNIFICA DISASTRO A DISTANZA

'Il Sole 24 ore' del 4 aprile

di Roberto Casati

 Invece di pensare al docente come a un obiettivo da sostituire, immaginiamo l’insegnante come «digital master», colui che fa vivere e costruisce le tecnologie

Da un anno, gli studenti di tutto il mondo, dalle elementari alle università, con diverse intensità e declinazioni, si confrontano con la didattica a distanza. Mi sembra che nel contesto presente, che è quello di una crisi certo per sua natura contingente, in cui l’insegnamento “a distanza” è stato mediato da interfacce tecnologiche per un lungo periodo, si debba cercare qualche punto di riferimento per orientare la riflessione.

Per le qualifiche, non sono un luddista. Credo di essere il primo filosofo ad aver creato e diffuso una app (Chronogeoscope); ho sviluppato piccoli software educativi mirati (Astrini); contribuito a moduli educativi online per vari editori; co-diretto una tesi sperimentale su una app educativa con una start-up; e da due decenni lavoro con interfacce di gestione della didattica, anche adattando strumenti non didattici come i blog.
Questo per dire che soffro come tutti per la classe ibrida o la classe a distanza, ma ne vedo i vantaggi.

Da dove partire? Il biglietto di ingresso, senza il quale la conversazione non può nemmeno cominciare, consiste nel dare la risposta a una domanda molto semplice: qual è la parte di attività scolastiche da sottrarre alla mediazione dei dispositivi digitali? Si noti che non formulo la domanda in termini di quali attività: non è questo il momento di decidere se alcune attività siano digitalizzabili, se altre non lo siano o possano/debbano non esserlo.
La domanda è generale: una parte dell’insegnamento può/deve sottrarsi alla mediazione dei dispositivi?
La risposta “zero” dev’essere giustificata. L’onere della prova è di chi ritiene che tutte le attività scolastiche devono migrare, in un modo o nell’altro, verso il digitale.
Se la risposta è “zero”, ovvero se si ritiene che tutta la scuola debba migrare verso un’incarnazione digitale, si devono chiarire alcuni concetti e guardare alcuni dati.

Le classi di contrasto pertinenti sono:

- Digitale/Mediato da uno schermo: non tutti i processi mediati da uno schermo sono digitali, e non tutti i processi digitali sono mediati da uno schermo.
- Rappresentazione digitale di un processo/Migrazione digitale: non tutti i processi della vita possono migrare verso il digitale. Si può rappresentare digitalmente il cibo e l’attività aerobica, ma poi si devono mangiare molecole, non rappresentazioni di molecole, e si deve fare sport, non consumare rappresentazioni di eventi sportivi, se si vogliono migliorare i propri valori aerobici.
- Assistenza digitale/Migrazione digitale: non tutti gli interventi del digitale sono migrazioni sostitutive. Possiamo assistere l'attività sportiva digitalmente, per esempio giocando con la Wii. Ma il movimento che facciamo è comunque un evento non digitale. Possiamo assistere digitalmente la costituzione di una dieta, ma poi dobbiamo comunque mangiare, inghiottire molecole.
- Digitale mimetico/digitale creativo. Come il cinema non è teatro filmato, il digitale a scuola deve affrancarsi dalla logica imitativa, evolvere verso nuove forme ancora da inventare e da testare.

Dissipate queste possibili ambiguità, possiamo riformulare la domanda, e vedere se la risposta “zero” è ancora praticabile. Ovvero capire se l’intervento del digitale è sostitutivo (gli esercizi sono tutti questionari online?), rappresentativo (il corso viene registrato e visionato in separata sede?), assistivo (si usano risorse digitali per pianificare i tempi di lavoro, per interagire con i genitori, per fare ricerche online, per contare i passi o misurare l’attività aerobica?), o ancora imitativo (il manuale scolastico viene fornito sotto forma di un pdf, la DAD è soltanto un video in diretta dell'insegnante)?
Il ruolo assistivo è compatibile con la preservazione di una parte non-digitale della scuola. Se sottratto il ruolo assistivo la risposta è sempre “zero”, questo significa che si deve entrare nel dettaglio delle forme di migrazione previste.

Ora, le domande che tipicamente vengono poste riguardano il come e non il perché, il mezzo e non il fine, la valutazione dell'efficacia del processo ma non la sua legittimità.

Il compito delle scienze umane e sociali è di porsi domande sul perché e sul fine, sul valore.
La crisi del 2020 ha mostrato che la scuola ha non due, ma tre funzioni fondamentali (lo si sapeva, ma l’argomento è stato a lungo tabù sulla terza).

La scuola ha
(1) una funzione di crescita culturale/trasmissione di conoscenze;
(2) una funzione di socializzazione/saper vivere insieme a persone diverse da noi e dalla nostra cerchia;
e (3) una fondamentalissima funzione sociale: farsi carico degli studenti, alleggerire il carico delle famiglie, a volte addirittura offrire un tetto diurno e provvedere un pasto equilibrato. (Lo si è visto in Francia con circa mezzo milione di abbandoni scolastici durante il primo lockdown).

Bisogna allora capire in che modo il digitale interviene in questa ripartizione di funzioni, ma sempre ponendo la questione giusta, quella dello spazio che vogliamo lasciare al non-digitale. Per esempio, se gli allievi a casa usano in modo costante e compulsivo le tecnologie, la scuola è allora, nella sua terza funzione (ma certo anche nelle prime due), uno spazio di libertà dalla compulsione tecnologica, e come tale va protetta. Va protetta la “biodiversità culturale” delle pratiche e degli strumenti di insegnamento. “Si possono fare delle cose bellissime” con il mouse, ma anche con l’acquarello. E nessuno ha mai pensato di formare un musicista sostituendo un violino con un modello digitale di violino.

Se si cerca di immaginare un digitale creativo, ecco due piste possibili: la valorizzazione dell’insegnante e il lavoro di gruppo.

Invece di pensare all’insegnante come a un obiettivo da sostituire, potremmo pensare all’insegnante come digital master, colui che fa vivere e costruisce le tecnologie.
Il digitale creativo può anche intervenire per rompere le logiche di “valorizzazione tramite il voto” e di competizione inerenti al sistema educativo. Per esempio, creare delle “interclassi virtuali”, con allievi di diverse età e addirittura di diversi plessi scolastici, scelti algoritmicamente per massimizzare la diversità, e far competere i gruppi dando poi una notazione uniforme a tutti i membri del gruppo (eventualmente unendo il dispositivo alla jigsaw classroom, che attribuisce compiti a tutti i membri in modo da rendere tutti indispensabili.) Questo richiede un progetto, un approccio da designer all’istruzione.

 

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