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"Il Sole 24 ore" - Domenica 4 luglio 2021

di Mauro Ceruti

Edgar David Nahoum compirà cento anni l’8 luglio prossimo. Divenne Edgar Morin durante la Resistenza al nazismo. E dopo la guerra mantenne entrambi i nomi: Nahoum, detto Morin. Tramite suo padre, è figlio della diaspora degli ebrei sefarditi, cacciati dalla Spagna nel 1492. I suoi avi trovarono accoglienza a Livorno, e nell’Ottocento approdarono a Salonicco, città multietnica nell’impero islamico.
Nella biografia di suo padre (Vidal et les siens 1989), ha raccontato queste sue radici (ebraiche, mediterranee, spagnole e italiane) come matrici del suo pensare e del suo vivere. Nelle origini della sua famiglia, ha visto le stigmate dell’ambivalenza europea, tra civiltà e barbarie, ha trovato la vocazione per un’identità plurima, ha maturato il rifiuto degli integralismi. Ma vi ha anche scorto l’ologramma della futura umanità «planetaria», una e molteplice. Nato, primo fra i suoi, in Francia, a Parigi, si è formato nello spirito laico, umanistico e universalista, e si sente un «post-marrano», sulla scia di Montaigne, Cervantes, Spinoza. Il suo pensiero e la sua vita sono inestricabilmente legati, nel «suo secolo».
La Seconda Guerra mondiale, la resistenza contro il nazismo, il nuovo inizio dell’Europa post-bellica, la resistenza contro lo stalinismo, la guerra fredda, il Maggio francese, la crisi ecologica, il crollo del Muro di Berlino, le guerre balcaniche, la globalizzazione, le rivoluzioni scientifiche, le innovazioni tecnologiche, la crisi delle istituzioni educative, i progetti del postumano e negli ultimi mesi la pandemia, lo hanno visto protagonista nell’azione e nella riflessione. I suoi libri (tutti tradotti in 27 lingue e 42 paesi) emergono come occasioni di vita, e sono testimonianze del ruolo da lui giocato nelle svolte cruciali dei nostri tempi, da L’An zéro de l’Allemagne (1946) fino a Changer de voie. Les 15 leçons du Coronavirus (2020).
Durante la resistenza, aveva aderito al movimento comunista. Poi, nel dopoguerra, in età staliniana, ha elaborato una profonda autocritica (Autocritique, 1959). La pagò con l’emarginazione politica e umana. Da allora, si è dedicato a questo lavoro di auto-osservazione e introspezione. In coraggiosi libri-confessione, ha voluto continuamente rigenerare la coscienza del potere perverso e accecante delle idee divenute idolatria, il contrasto difficile all’autoinganno, la tensione costante fra sapiens e demens, la lotta inesauribile tra le forze di Eros e di Thanatos. Attraverso la scrittura diaristica ha raccontato non il «microcosmo» dell’uomo moderno, posto nel cuore del cosmo, bensì la scheggia infinitesimale di un’esplosione cosmica, impenetrabile nel suo mistero, e la cui esplorazione ci è consegnata come destino. Il «saggismo» ha così avuto nuovo impulso dalla sua scrittura, fra le più alte della letteratura francese (ultimo capolavoro Les souvenirs viennent à ma rencontre, 2020).
Ha vissuto in profondità il ritmo e il senso della pulsazione storica del dopoguerra: le prime istituzioni europee comuni, le conquiste di libertà nei costumi e nei modi di vita, le nuove culture giovanili (Mai 1968), i nuovi linguaggi globali (soprattutto la musica). Ha creato nuovi campi di ricerca, quando erano ancora snobbati dal mandarinato accademico: l’industria culturale, la comunicazione (L’Esprit du temps, 1962), e il cinema (Le cinéma ou l’homme imaginaire, 1956; Les Stars, 1957).
Dopo la fine della guerra fredda, attraverso la catena di eventi culminati nel crollo del Muro di Berlino, è parso delinearsi l’orizzonte di una «fine della storia». Ma lui, al contrario, ha subito letto quegli eventi come segni di un impetuoso scongelamento della storia e ha colto l’ambivalenza di questo «nuovo inizio» (Un nouveau commencement, 1991).
Ha visto in profondità la mutazione antropologica: la minaccia nucleare e la minaccia ecologica che gravano sulla biosfera hanno fatto dell’umanità una comunità di destino, la cui coscienza stenta a emergere (Terre Patrie, 1993).
Ha individuato uno dei maggiori ostacoli a una coscienza planetaria nella frammentazione dei saperi, che rende incapaci di cogliere proprio l’irriducibile complessità, cioè la molteplicità di dimensioni intrecciate, dei problemi fondamentali del nostro tempo. Testimonianza di questa sua avventura intellettuale sono i sei volumi dell’imponente opera filosofico-epistemologica La méthode, il cui insuperato manifesto rimane Le paradigme perdu. La nature humaine (1973). Ha lanciato l’allarme educativo: i sistemi di insegnamento continuano a separare le conoscenze che dovrebbero invece essere interconnesse. E ha delineato i princìpi di una riforma dell’educazione volta a educare alla complessità e all’era planetaria. Lo sviluppo di una coscienza planetaria richiederà, per lui, una metamorfosi ancora inconcepibile e improbabile. Tuttavia, è proprio questa constatazione disperante che comporta un principio di speranza, perché «le grandi mutazioni sono invisibili e logicamente impossibili prima della loro comparsa, e compaiono quando i mezzi dei quali un sistema dispone sono divenuti incapaci di risolvere i suoi problemi. Così possiamo sperare che, pure ancora inconcepibile e improbabile, la metamorfosi non sia impossibile» (La Voie. Pour l’avenir de l’humanité, 2011; Changer de voie, 2020).
La Via che ha delineato, oltre che alla conoscenza, è anche un appello alla volontà di fronte alla grandezza della sfida: «sebbene quasi nessuno ne abbia ancora coscienza, non si è mai avuta una causa così grande, così nobile, così necessaria, della causa dell’umanità per sopravvivere, vivere e umanizzarsi». E questo appello ci riporta all’intreccio indissolubile della sua vita e del suo pensiero, che sono più che mai una straordinaria occasione per riflettere sulle crisi e sulle potenzialità antropologiche del nostro tempo. Proprio in questi giorni, mentre si avvicina il centesimo compleanno, mi ricordava che «bisogna comprendere l’incertezza del reale, sapere che c’è del possibile ancora invisibile» e che «l’eliminazione totale del rischio conduce all’eliminazione totale della vita».

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