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Dal Corriere della Sera, 22 dicembre 2019

Ha attraversato tutti i generi e in questo modo li ha cambiati
di Paolo Di Stefano

Le radici di una popolarità che resiste ancora nei nostri giorni

"Dante è nato pop, perché è nato classico. E se si eccettuano alcune brevi fasi storiche, lo è sempre stato. Come Shakespeare e come pochissimi altri. Forse più di tutti, per il semplice fatto che il suo genio si è spinto più in là degli altri: nessuno è stato più spericolato e sperimentale di lui, avendo egli attraversato — e nell’attraversarli li ha cambiati — i generi e gli stili più diversi.
Con la sua enorme autostima Dante non si è accontentato, ha bruciato ogni esperienza e mirato a ogni pubblico. Nessuno ha osato tanto. È scrittore totale: di politica, di teologia, di linguistica, di diritto, di filosofia, di scienza, scrittore in prosa e in versi, in latino e in volgare, scrittore di autobiografia, di poesia satirica e amorosa, di epica, persino di astronomia e di cosmologia. Tutto questo lo è separatamente nelle singole opere e tutto questo lo è insieme in un unico testo, la Commedia.
Un’opera complessa e a suo modo megalomane, al punto da voler ridisegnare il mondo, giudicare la storia e definire la geografia dell’aldilà, ma anche semplicissima (come disse T.S. Eliot): basterebbe lasciarsela risuonare nell’orecchio, senza pretendere di capire tutto.
Per questo, Dante è il classico inesauribile: se volessimo renderci simpatici si potrebbe dire che è il più jazz, il più rock, il più rap. Basterebbe dire che è il più classico dei classici, cioè l’autore che riesce a parlare a ogni epoca pur restando sempre se stesso, nell’ambivalenza irresolubile tra familiarità e distanza. Diceva Italo Calvino che i classici esercitano un’influenza particolare sia quando si impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono tra le pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.
Dante si impone e si mimetizza, prestandosi in ogni epoca a farsi fonte incessante di linguaggi, di immagini (anche cinematografiche), di visioni, di narrazioni, di reinvenzioni, di imitazioni. Si ha un bel provare a spiegare perché. Ma è inutile, è così e basta. Volenti o nolenti, da destra o da sinistra, va riconosciuto che siamo ancora un po’ eredi della lettura politica risorgimentale, che considerava il poema dantesco come una sorta di mito di fondazione della nazione italiana. Oggi si potrebbe, perché no, estendere il concetto all’Europa. La condizione stessa dell’esiliato, condannato a morte dalla sua città, ce lo rende così moderno.
La popolarità fu cercata dallo stesso Dante, voluta nella messa in scena, nella scrittura, in ogni scelta di stile, così come per paradosso fu cercato e voluto il suo enorme snobismo quasi aristocratico. La sua prima sfida popolare e iper-raffinata, che gli avrebbe procurato non pochi pregiudizi (specie negli umanisti del Quattrocento), è stata quella di inventarsi una lingua nuova e stratificata, la stessa lingua che noi parliamo oggi.
Anche grazie a questa sfida, la sua forza di irradiazione e di fascino non avrebbe risparmiato nessuno, secoli, generazioni, lettori diversi per cultura e per formazione. È sempre Calvino a dire che la genialità di Dante si manifesta «nell’estrarre dalla lingua tutte le possibilità sonore ed emozionali e d’evocazione di sensazioni, nel catturare nel verso il mondo in tutta la varietà dei suoi livelli e delle sue forme e dei suoi attributi, nel trasmettere il senso che il mondo è organizzato in un sistema, in un ordine, in una gerarchia dove tutto trova il suo posto». La sorpresa è che in questa gerarchia trovano spazio anche i posteri, noi."

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